Nuovi contratti di ricerca per gli atenei, Comitato Precari Università di Siena: "Non un cambio di rotta ma operazione di facciata"

I contratti assegnati a Siena rappresentano per i precari "un risultato esiguo, soprattutto se si tiene conto che i ricercatori precari dei due atenei erano 851 nel 2023, senza considerare i docenti a contratto — e il numero non è certo diminuito dopo la bolla di investimenti a breve termine generata dal PNRR"

Di Redazione | 1 Aprile 2025 alle 19:00

Nuovi contratti di ricerca per gli atenei, Comitato Precari Università di Siena: "Non un cambio di rotta ma operazione di facciata"

“Il finanziamento di 26 contratti di ricerca per le Università della Toscana, lungi dal rappresentare un cambio di rotta, appare piuttosto un’operazione di facciata”. Lo afferma il Comitato Precari Universitari di Siena commentando la notizia degli 8 contratti di ricerca finanziati dal Mur per le Università degli Studi di Siena e Università per Stranieri di Siena.

“Se si considera che su scala nazionale i contratti finanziati sono appena 369, a fronte di uno stanziamento complessivo di soli 37,5 milioni di euro, risulta ancora più evidente quanto la ricerca sia relegata a un ruolo marginale, lontano anni luce da quella che dovrebbe essere una vera priorità strategica per il Paese – prosegue il Comitato – I 4 contratti assegnati all’Università di Siena e i 4 all’Università per Stranieri rappresentano un risultato esiguo, soprattutto se si tiene conto che i ricercatori precari dei due atenei erano 851 nel 2023, senza considerare i docenti a contratto — e il numero non è certo diminuito dopo la bolla di investimenti a breve termine generata dal PNRR”.

Ancora i precari: “A rendere ancora più problematica la misura è il meccanismo stesso di selezione, disciplinato dal Decreto Direttoriale n. 47 del 20 febbraio 2025, che prevede l’attivazione di contratti biennali per ricercatrici e ricercatori post-doc con almeno tre mesi di esperienza all’estero. Si tratta di una procedura affrettata, che rischia di escludere profili altamente qualificati non per carenza di merito, ma per incompatibilità formali e scadenze irragionevoli. In base al decreto, ogni dipartimento è stato chiamato a selezionare al massimo due progetti (presentati da due ricercatori precari, corredati dal proprio curriculum), da trasmettere entro un arco temporale di meno di tre giorni, e con requisiti anagrafici e di carriera fortemente restrittivi: età massima di 40 anni (salvo deroghe) e non oltre sette anni dal conseguimento del dottorato. Successivamente, l’ateneo ha stilato una graduatoria generale scegliendo venti progetti. Tra questi, i primi quattro verranno effettivamente finanziati, uno per ciascuna area disciplinare”.

“L’attribuzione dei contratti tra gli atenei italiani non ha seguito criteri proporzionali alle dimensioni o alla composizione della comunità accademica: sembra piuttosto essere stata il risultato di una rapida spartizione dei (pochi) fondi disponibili, distribuiti, più che ai lavoratori, in numero omogeneo ai rettori. In questo quadro, sono proprio le università telematiche — Mercatorum e Pegaso — ad aver ottenuto il maggior numero di finanziamenti” si afferma.

“A ciò si aggiunge – ancora il comitato – un ulteriore elemento di criticità: il regolamento per i contratti di ricerca è stato approvato da Unisi solo in data 27 marzo, a graduatoria già chiusa. Le tempistiche irrisorie hanno costretto i dipartimenti a presentare in tutta fretta progetti redatti dai ricercatori, individuati — in assenza di regole condivise — secondo modalità del tutto eterogenee: in alcuni casi tramite commissioni ristrette, in altri applicando i criteri dell’ASN, in altri ancora mediante sorteggio. Tali progetti, già selezionati a livello di ateneo anche in base ai curricula, verranno ora messi a bando, aprendo la porta a due possibilità: che l’ateneo si appropri liberamente del lavoro intellettuale dei ricercatori usandolo per i vari bandi, o che la selezione pubblica sia una farsa”.

“Le Università italiane sono vive grazie al lavoro quotidiano di decine di migliaia di giovani ricercatrici e ricercatori, che operano con passione e competenza spesso in condizioni precarie, e che troppo spesso sono costretti a cercare all’estero le opportunità che qui vengono loro negate. Finanziamenti così limitati non solo soffocano le prospettive individuali, ma compromettono la capacità del sistema, nel suo complesso, di generare innovazione, conoscenza, futuro”.

“Il PNRR doveva rappresentare un’occasione storica per invertire la rotta e rilanciare la ricerca con interventi strutturali e lungimiranti. Interventi isolati e sottodimensionati non sono all’altezza di questa sfida. Se davvero vogliamo che l’Italia abbia un ruolo credibile nello spazio europeo e globale della conoscenza, dobbiamo pretendere politiche sistemiche, ambiziose, inclusive. Perché investire nella ricerca non è un favore che si concede: è un atto di responsabilità verso il Paese, verso le nuove generazioni e verso la società tutta” concludono i precari.



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